Dalla “città del diario”
alla memoria del paese.
Pieve Santo Stefano e il Premio Saverio Tutino

pieve santo stefano

“Caro diario…”. Chi non ha provato almeno una volta a riempire una pagina bianca cominciando con questa piccola frase?

A Pieve Santo Stefano, sede dell’Archivio diaristico nazionale, si è appena conclusa la trentatreesima edizione del Premio Pieve Saverio Tutino: una manifestazione che prende il nome da chi quest’archivio lo ha ideato e che ogni anno seleziona, premia e raccoglie nuovo materiale diaristico. L’edizione 2017, intitolata “diritto alla memoria”, ha animato la cittadina toscana dal 14 al 17 settembre con numerosi incontri, presentazioni di libri e un reading letterario di Ascanio Celestini. Nella giornata conclusiva è stato consegnato simbolicamente il “Premio tutino giornalista” a Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso in Egitto, mentre il “Premio città del diario” è andato a Riccardo Iacona, giornalista di Rai tre. E’ stata poi l’occasione per conoscere le otto opere di finaliste del Premio Pieve.

Ma perché un archivio di diari? L’idea è nata nel 1984 e da allora questa cittadina in provincia di Arezzo è diventata la “città del diario”, il centro nevralgico per la conservazione di scritti privati e autobiografie. Ma non si tratta di memorie di uomini famosi: politici, re e regine,  condottieri e ufficiali dell’esercito, intellettuali. Queste non sono intese come le uniche degne di essere conservate e studiate; le sole in grado di restituire appieno il percorso e i tratti della storia.

Nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano sono invece conservati diari e memorie popolari, di poveri e di ricchi, di istruiti e di analfabeti, di borghesi così come di contadini ed operai animati dal comune desiderio di raccontarsi. Storie di emigranti dal sud al nord Italia, verso l’Europa o l’America; storie di resistenza al nazifascismo. Nei diari ritroviamo così una vita, un viaggio, un amore o una delusione, un’esperienza; sono appunti biografici di uomini e donne che, tanto nel passato come nel presente, consegnano ad un pugno di pagine le proprie emozioni più vivide di fronte ad episodi chiave della storia.

Ai lettori di Memo proponiamo qui di seguito alcuni estratti delle otto opere finaliste del premio Pieve 2017. Storie private che da oggi entrano nell’archivio della “città del diario” come ulteriori tasselli di una memoria popolare dalle potenzialità solo in parte sondate. Tante sono, infatti, le storie ancora da scoprire e far riemergere dagli scaffali di qualche casa, di qualche ufficio o biblioteca; memorie intime e nascoste, racchiuse in una lettera o in un diario ma pronte a rivelarsi e farsi, tutte insieme, memoria di un paese intero.

Buona lettura

(http://archiviodiari.org/)

Carissimo papà. Ultime notizie… e posso dirti che non sono troppo belle. Continuano piovere colpi di mortai 81 e cannone 75 e 105 da tutte le parti del nostro posto, tutta la notte in allerta,in vari punti i Viet hanno cercato di far saltare il filo spinato. Naturalmente i feriti sono molti e pure i morti cominciano ad aumentare. Sai che vuol dire oltre 400 mortai 81 ed un centinaio di cannoni… bazzecole se cominciano a tirare assieme non si resta nemmeno uno.Il bello è poi che loro sono tra la boscaglia, ben nascosti e noi siamo nella valle a fare da bersaglio. Ma me la caverò anche questa volta ne sono certo pur ammettendo che se Dio non avrà misericordia di noi, sarà un vero massacro. Forse quando riceverai questa mia il pericolo sarà passato oppure… meglio non pensarci. T’abbraccio con affetto. Toni.

Antonio Cocco, “Ridotta Isabelle” .Epistolario 1852-1854

 

Solo. Feci il viaggio in 3° classe, fra i poveri emigranti che espatriavano in cerca di pane e di fortuna. Mi sentivo tanto a disagio! (…) Mi trovavo in un deserto. Nessuna bellezza. Nessuna comodità. Pianure sconfinate. Terre vergini ovunque. Tipi di pastori, di gauchos, di cavallari, brutti, tutti armati fino ai denti, sempre disposti a darsi delle coltellate per un qualsiasi nonnulla. Nessuna persona con la quale poter passabilmente passare quattro parole.

Gio Bono Ferrari, “Otto-Novecento”. Autobiografia 1882-1938

 

Nel 1937 la campagna antiebraica del regime e della stampa fascista cominciò ad essere più concreta ed intensa, ed io cominciai a dubitare del mio diritto di coinvolgere in qualche modo Dadà nel mio destino. Molti temevano che il governo italiano avrebbe subìto il nefasto influsso dell’alleanza con i nazionalsocialisti tedeschi. Io ero tra quelli e, nel corso degli anni 1937-1938, pur incontrandomi abbastanza frequentemente con Dadà e pur nutrendo per lei sentimenti sempre più intensi di simpatia e di amore, tentai più volte di troncare il nostro rapporto, imponendole più volte una separazione da entrambi sofferta.

Giuseppe Lattes, “Le scelte di un ebreo”. Memoria 1936-1945

 

Non ero figlio di squadristi, né ex-gerarca, né deportato in Germania, né ridotto a mendicare uno stipendio da sottotenente. Semplicemente ero rimasto nel 1943 a pensare come nel 1936, mentre la maggior parte dei miei coetanei aveva iniziato proprio in quell’anno ormai remoto il “lungo cammino” verso l’antifascismo.

Giuseppe Marcheselli, “Senza odio né rimorsi”. Memoria 1945

 

Per continuare a parlare col mio io profondo scrivo con un solo dito ed un mouse speciale e l’intesa fra il mio dito e l’unico tasto che riesco a pigiare ancora va, non so fino a quando ma non ci penso. Confesso però che ora sono stanca, sfinita, non depressa, non triste. Vorrei però andarmene serenamente, quasi in allegrezza non più esistere e, datevi pace, la vita nel bene e nel male riserva sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio e qualcosa di blu.

Paola Nepi, “Lo strappo”. Autobiografia 1945-2016

 

Auburre 9/7/38. Mamma carissima, non ho risposto subito alla tua lettera perché aspettavo di essere in possesso di un po’ di soldi per poterteli mandare. Io sto sempre bene e non manco di niente. Sorrido al pensiero che tu abbia potuto avere delle brutte idee per la mia salute. Non sono mai stato così bene. Per forza. Dove sono c’è un aria che è ammirabile, il mio lavoro non è massacrante, al contrario mangio bene ed ho dell’appetito. Come potrei star male? Non sono magro, ma neppure grasso come dovrei aspettarmi in conseguenza alla vita che faccio.

Mario Ponzi, “Mario il fuoriuscito”. Epistolario 1937-1942

 

Penso che fossero arrivati l’alleati e vedendo questo gruppo di persone ritenendoli militari abbiano comunicato alle batterie di cannoni situati in Val di Chiana le coordinate della posizione. Diversi proiettili scagliati da quei cannoni esplodendo uccisero soltanto mio padre in particolare una scheggia attraversò il bacino all’altezza della cintura dei pantaloni.

Pietro Poponcini, “9 luglio 1944”. Memoria 1935-1947

 

Avevo la mia famiglia, una bella casa, la bottega, tante persone care intorno (…).Il libretto del Signor D.T. era in rosso da diversi mesi quindi il babbo mi fece preparare il conto e mimandò a sollecitare il pagamento (…). Il giorno dopo il babbo scese presto di casa e si avviò sù per la salita verso la Casa del Fascio, io ero sulla soglia di bottega e lo seguì con lo sguardo fino al grande portone ferrato che si richiuse alle sue spalle. Avevo dentro una angoscia indefinita. Finché lo vidi, appoggiato all’inferriata dell’ultima finestra bassa del palazzo. Corsi su per la salita verso di lui, aveva la maglietta stracciata, il volto tumefatto e insanguinato, lo presi per un braccio e la portai in bottega, si appoggiava a me mentre mi diceva “Non è niente bimba, non aver paura, non è niente”. Senza che nessuno parlasse, tutti nel vicinato cominciarono a guardarci in modo strano, il babbo era stato punito per le sue idee sovversive ed era meglio girare al largo dal nostro negozio, questo pensavano i vicini ed i clienti e se ne videro subito le conseguenze.

Giuseppina Porri, “Via Bicchieraia”. Memoria 1929-1940