Nicolò Puppo e l’importanza di uno scatto “responsabile”

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Nicolò Puppo, classe 1985, dopo gli anni di formazione fotografica tecnica e culturale nelle città di Torino e Milano inizia la prima parte di carriera nella fotografia editoriale e commerciale del panorama milanese per poi tornare alle origini. Attualmente, infatti, vive in Liguria, la sua terra nativa, e lavora da circa 10 anni su commissione in tutto il territorio nazionale. Apprezzato principalmente come ritrattista e reporter, generi in cui trova maggiore espressione, cerca di indirizzare la sua produzione su di una ricerca d’immagine personale e allo stesso tempo aggiornata al linguaggio contemporaneo. Nicolò è appassionato di editoria fotografica indipendente ed è un convinto supporter della fotografia stampata, in ogni sua forma.

Le se opere sono state esposte in collettive e pubblicate su testate cartacee e online italiane ed europee. Nel 2012 ha ricevuto da National Geographic Italia il 1º Premio nella categoria “portrait” con un estratto del lavoro “Iris”. Dal 2016 collabora con il Collettivo Agorà, per confrontarsi con altri giovani artisti.

Conosciamolo meglio attraverso il questionario “IO SONO CULTURA” di MEMO, e scopriamo cosa si nasconde dietro ogni suo scatto “responsabile”.

 

Che cosa è per te la fotografia?
È una forma di apprendimento, di osservazione ed espressione della realtà. Voler provare a raccontare con la giusta empatia il mondo che ci circonda, o meglio, un modo di percepirlo. La realtà fotografica è spesso interpretazione del nostro bagaglio culturale ed emotivo, e dobbiamo essere coscienti e responsabili del fatto che, come autori, raccontiamo delle verità relative. Per quanto mi riguarda questo mi ha portato negli anni a scattare meno ed in maniera, spero, più consapevole. Osservando, ascoltando, studiando. La fotografia è ormai da tempo nell’epoca bulimica e paralizzata dal concetto classico o banale di bellezza. Non c’è bisogno del troppo, c’è bisogno del giusto.

Un aggettivo per l’arte della fotografia
Ne utilizzo uno che trovo figlio della contemporaneità: responsabile.

La miglior definizione di fotografia che hai letto
Non so dire se sia la migliore ma “La fotografia è diventata uno dei principali meccanismi per provare qualcosa, per dare una sembianza di partecipazione” Susan Sontag

Che cosa significa guardare il mondo attraverso l’obiettivo della tua camera?
Amo il silenzio riflessivo, anche in mezzo ad una strada, e con tale cerco di approcciarmi dietro/dentro la macchina fotografica. Cerco di testare sempre i miei limiti, apprezzandoli, modificandoli o sublimandoli a stile quando possibile. Con flessibilità, non legandomi troppo ad un singolo linguaggio, ma dando maggiore importanza al filo conduttore dell’idea progettuale o del contesto in cui mi trovo. Per il resto cerco di fidarmi più possibile delle intuizioni, degli istinti.

La foto che vuoi assolutamente fare, quella che non vorresti mai fare
Le foto che voglio assolutamente fare sono quelle in grado di convivere bene insieme, che possano contenere narrativa reale e fruibile, indipendentemente dalla loro tecnica o pulizia. Non voglio realizzare quelle immagini che sfuggono all’autocritica, e verso le quali non mi sento coerente. Nell’epoca dei like sui social network non è cosa da poco.

L’artista che più ti ha ispirato
Impossibile indicarne solo uno, ce ne sono stati vari per ogni fase della mia formazione ed interesse di genere e tendenzialmente mi appassiono più ai singoli progetti narrativi. Robert Frank è tra coloro che mi hanno insegnato come “sentire”, stare per strada con una macchina fotografica, ho amato le immagini più sognanti e malinconiche di Sarah Moon, i ritratti tridimensionali di Richard Avedon lungo la West America, le atmosfere erudite di Luigi Ghirri, i neri pieni, crudi di Paolo Pellegrin. Negli ultimi anni mi sono molto avvicinato al lavoro di artisti più contemporanei come Alec Soth, Taryn Simon, Max Pinckers, Gregory Crewdson, Martin Parr, Alex Majoli. E cito un lavoro che ho molto apprezzato tra i più recenti (e discussi nella comunità fotografica): “La Ville Noire” di Giovanni Trolio.

L’immagine in cui vorresti vivere
Forse in mezzo alla natura di qualche ambientazione creata da Ryan McGinley.

La bellezza della solitudine di Iris
Che dire, “Iris” è sicuramente uno dei lavori a cui sono più legato, è stato spesso pubblicato e mi ha portato parecchia fortuna visto che nel 2012 una delle sue immagini mi ha regalato qualche riconoscimento tra cui il primo posto nel concorso di National Geographic per la sezione ritratti.
Rappresenta il modo in cui spesso mi piace realizzare ritrattistica ambientata. Meditata, rappresentativa, empatica col contesto. Questi ritratti raccontano la storia di Iris, mia nonna, una donna vedova. Ma a loro modo credo raccontino un poco la storia di tanti anziani, che spesso si muovono negli spazi enormi e scarni della solitudine, generati talvolta dalla vita o dalla noncuranza distratta delle generazioni che corrono perché a volte hanno solo da pensare a quello. Correre. Anziani che fanno i conti con la memoria ed i ricordi che a poco a poco si sgretolano nel tempo. Una memoria che con fatica tenta di ricostruirsi, fissarsi con piccoli gesti ed esercizi rituali e quotidiani, di ricerca, di desiderio, di consapevolezza. La casa, il caffè, l’attesa di una telefonata. Ma nonostante la malinconia che può accompagnare di primo impatto queste immagini, trovo che la sua sia una storia di bellezza, una bellezza forte, intensa, consapevole, in grado di fermare il tempo.

 

(Questionario a cura di Daria Podestà)