per un museo dei
gesti perduti

gesti perduti

Un vecchio film in bianco e nero. L’uomo e la donna si incontrano per strada. Lui saluta portando la mano alla tesa del cappello. Eccolo un gesto perduto. Come quello di girare il polso per guardare l’orologio (sono spariti gli orologi), aprire la porta ad una donna con un ampio gesto di incoraggiamento e galanteria (è sparita anche la galanteria), spalancare bene le mani infarinate per sentire con il palmo l’impasto della pasta fatta in casa (c’è la planetaria), usare la destra e la sinistra come maschio e femmina che si avvitano per stringere la moka (mica lo puoi fare con le cialde), ticchettare con il cucchiaino il bordo di porcellana della tazzina dopo aver girato lo zucchero (i bicchierini di plastica non ticchettano), sfogliare le pagine del giornale o di un libro usando indice e medio magari inumiditi di saliva (adesso basta schiacciare una freccetta con l’indice o scrollare con il mouse). I gesti perduti sanno di nostalgia. Ricordate quel bellissimo e complicato uso delle dita per accendere un fiammifero o la fatica senza fine di fare una interurbana girando con il dito medio il numeri del disco del telefono fisso? Adesso persino il vaffa con il dito medio alzato è un emoticon e tutto quello che ci serve succede facendo scivolare le dita sullo schermo dello smartphone. Ci vorrebbe un museo dei gesti perduti. Perché non farlo? La nostra immodesta proposta all’Unesco