“MAGNUM MANIFESTO”
LA FOTOGRAFIA COME ARTE DEL REALE

Bruno Barbey: Un gruppo di studenti forma una catena per passare i ciottoli di una barricata a rue Gay-Lussac. Parigi, 10 maggio 1968. ©Bruno Barbey /Magnum Photos/Contrasto
Bruno Barbey: Un gruppo di studenti forma una catena per passare i ciottoli di una barricata a rue Gay-Lussac. Parigi, 10 maggio 1968. ©Bruno Barbey /Magnum Photos/Contrasto

Cos’hanno in comune delle ciliegie cadute su un passaggio pedonale a New York, una mamma che osserva dolcemente il suo bambino, lattine di cibo in scatola all’Havana e studenti in catena umana che si passano i ciottoli di una barricata a Parigi? Sono foto. E le foto cambiano la nostra capacità di leggere l’ambiente che ci circonda, spiegano e raccontano chi siamo davvero e da dove veniamo. E le foto più significative della storia hanno in comune l’Agenzia fotogiornalistica più importante del mondo, la Magnum Photos nata nell’aprile del 1947, da un’idea di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour. Quattro giganti che fondarono una cooperativa destinata a cambiare la storia della fotografia e con lei la professione del fotoreporter.

Quest’anno ricorre il suo settantesimo anniversario. MAGNUM MANIFESTO – Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia (al Museo dellAra Pacis di Roma sino al 3 giugno) è la mostra promossa da Roma Capitale, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proposta da Contrasto e Magnum Photos 70 e organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Christopher Anderson: Ciliegie cadute su un passaggio pedonale. New York, USA, 2014. © Christopher Anderson/Magnum Photos/Contrast

Christopher Anderson: Ciliegie cadute su un passaggio pedonale. New York, USA, 2014. © Christopher Anderson/Magnum Photos/Contrast

Non casuale e coerente con l’ideologia alla base della Magnum è il titolo: perché “manifesto”? Nella mostra troveremo anche molte parole, che per Clement Chéroux, curatore e già direttore della fotografia al MoMa di San Francisco, sono importanti come e quanto le fotografie; documenti inediti che raccontano la nascita dell’agenzia, lettere, contratti, interviste e testi, nei quali i soci cercavano di formare una visione di gruppo nel rispetto ciascuno delle proprie idee. Visione che lo stesso Cartier Bresson raccontava così: “Magnum è una comunità di pensiero, una qualità umana condivisa, una curiosità su quello che accade nel mondo, un rispetto per quello che succede e un desiderio di descriverlo visualmente”. Ancora nel sito ufficiale dell’agenzia leggiamo che: “I nostri fotografi condividono una visione globale della cronaca degli eventi, delle persone, dei luoghi e della cultura con una narrazione forte che sfida la convenzione, rompe lo status quo, ridefinisce la storia e trasforma la vita”.

Elliott Erwitt: New York, 1953 © Elliott Erwitt/Magnum Photos/Contrasto

Elliott Erwitt: New York, 1953 © Elliott Erwitt/Magnum Photos/Contrasto

Si va dal reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta ai “ritratti di famiglia”, teneri e intimi, di Elliott Erwitt; dalle immagini di zingari di Josef Koudelka alla toccante serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco sul “Funeral Train”, il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente. E ancora, le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum: dalla “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, alle osservazioni antropologiche realizzate dall’obbiettivo di Martin Parr; dalla cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini, fino al Mar Mediterraneo, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, “visto” da Paolo Pellegrin.

1947-1968: Diritti e rovesci umani, si guarda al periodo successivo la seconda guerra mondiale, nel quale si assiste a un tumultuoso riassetto nella sfera geopolitica e a fenomeni come l’affermarsi delle superpotenze di URSS e Stati Uniti e l’inizio della Guerra Fredda. Nascono la NATO, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Negli stessi anni della nascita di Magnum, venne stilata e finalmente approvata la Dichiarazione per i Diritti Umani che non per caso contiene i medesimi valori dell’Agenzia: libertà, uguaglianza, dignità. Alla base della seconda, 1969-1989: Un inventario di differenze, è l’indagine del “diverso da sé”. In questo periodo, le fotografie si concentrano su una sorta di “inventario delle diversità”, come lo aveva chiamato Paul Veyne: l’ “alieno”, il “selvaggio”, il “malato”, il “folle”, “l’emarginato”. Dal punto di vista storico, si parte dalla fine delle agitazioni studentesche del 1968 e si indagano gli anni Settanta, quando il concetto di collettività viene sacrificato in nome dell’individualismo, dell’edonismo sfrenato e del consumismo. I fotografi della Magnum si trovano spesso a lavorare per corporate e pubblicitari, ma nel contempo si dedicano alla creazione di loro volumi. Sono “autori” e ci tengono a dimostrarlo ogni volta che possono. La terza sezione, 1990-2017: Storie della fine, si ispira al controverso e provocatorio articolo del politologo americano Francis Fukuyama del 1989, non a caso anno della caduta del Muro di Berlino, e titolato La fine della storia. Ve la ricordate quella vecchia questione di cui molto si discusse tra liberali e riformisti?

Martin Parr: L’Avana, Cuba, 2000 © Martin Parr/ Magnum Photos/Contrasto

Martin Parr: L’Avana, Cuba, 2000 © Martin Parr/ Magnum Photos/Contrasto

Magnum in sintesi ha definito la fotografia come memoria storica, culturale ed etica capace di raccontare e spiegare il mondo, forse meglio di altri linguaggi, accostando la cronologia degli eventi con la capacità di saperli raccontare. Per immagini. Con le immagini. Grazie alle immagini

Oggi come oggi, in un’epoca in cui fotografare è un’azione quasi esclusivamente al servizio del proprio ego e del selfie, in cui sempre più individui fanno foto come strumento di misurazione dell’indice di gradimento personale dove vince chi ha un numero maggiore di like, in una fase in cui per ritrarre ciò che ci circonda basta un clic del nostro smartphone e nessuna tecnica particolare e quindi nessun “pensiero”, siamo davvero sicuri che quello che facciamo sia raccontare la realtà? Henry Cartier Bresson amava ripetere che «Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore, un modo di vivere». Chissà cosa penserebbe oggi di Instagram.

 

“MAGNUM MANIFESTO”

Roma – Museo dell’Ara Pacis

sino al 3 giugno (www.arapacis.it)