Le visioni sognate di Joan Mirò in mostra a Bologna

Da sinistra: Joan Miró
Untitled, 1975-78 ca
Oil, acrylic, varnish and pencil on plywood 6,5x62 cm - Untitled, 1978 Oil on canvas, 92x73 cm - Untitled, 1974 ca
Oil, acrylic and chalk on canvas
162,5x130,7 cm
© Successió Miró by SIAE 2017
Archive Fundació Pilar i Joan Miró a
Mallorca © Joan Ramón Bonet & David Bonet
Da sinistra: Joan Miró Untitled, 1975-78 ca Oil, acrylic, varnish and pencil on plywood 6,5x62 cm - Untitled, 1978 Oil on canvas, 92x73 cm - Untitled, 1974 ca Oil, acrylic and chalk on canvas 162,5x130,7 cm © Successió Miró by SIAE 2017 Archive Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca © Joan Ramón Bonet & David Bonet

Partire dal più semplice degli oggetti del quotidiano per interpretare la realtà che ci circonda. Attraverso un processo onirico dalle sfumature decise e poetiche al tempo stesso, “decodificare” un nuovo linguaggio fatto di simboli e colori che “(…) si traducono in forme simili a scintille che erompono dalla cornice come da un vulcano”.  Con queste parole Joan Mirò parlava dei suoi quadri e di quel modo tutto suo di tradurre il movimento naturale in astrazione.

Fino al 17 settembre Palazzo Albergati a Bologna ospita Mirò! Sogno e colore, una rassegna esaustiva che ripercorre attraverso 130 opere – tra cui 100 olii di sorprendente bellezza e grande formato – gli ultimi 30 anni della produzione artistica di questo artista catalano geniale, trasgressivo, anticonformista e selvaggio che ha lasciato un segno inconfondibile nell’ambito delle avanguardie europee.

Curata da Pilar Baos Rodríguez e prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Pilar e Joan Mirò, la mostra espone opere provenienti solo dalla fondazione di Maiorca. Ed è quest’isola, nella quale Mirò visse dal 1956 fino alla morte nel 1983 a fare da file rouge al percorso espositivo: è infatti là che il pittore concretizzò il suo grande desiderio di creare in un ampio spazio tutto suo, uno studio dove lavorare protetto dal silenzio e dalla pace che solo la natura poteva offrirgli. E proprio quello studio è stato ricreato scenograficamente all’interno degli spazi di Palazzo Albergati.

In esposizione troviamo capolavori come Femme au clair de lune (1966), Oiseaux (1973), Femme dans la rue (1973), accanto a paesaggi monocromi e ai lavori fatti con le dita, stendendo il colore con i pugni mentre si cimentava nella pittura materica, spalmando gli impasti su compensato, cartone e materiali di riciclo. E poi ancora le sculture, frutto delle sperimentazioni che fece con diversi materiali, collage, “dipinti-oggetto” che col passare degli anni traggono ispirazione da ciò che l’artista collezionò che altrimenti – come egli stesso scrisse – “sarebbero cose morte, da museo”.