Giù le mani
da Claudio Baglioni

paola massari

Succede che Rolling Stone dopo il Festival di Sanremo parli bene, anzi benissimo di Claudio Baglioni. Una vera e propria riabilitazione, una sorta di sdoganamento con tutti i crismi della beatificazione in corso. Si torna indietro nel tempo a quando senza confessarlo lo ascoltavano tutti nel buio delle loro camerette mentre pubblicamente lo facevano a pezzi dandogli dello sdolcinato privo di impegno sociale e politico. Abbiamo sbagliato, scrive la Bibbia del rock, è bravo adesso, era bravo anche prima. Succede che Paola Massari che con Claudio Baglioni ha condiviso quegli anni, un matrimonio e il figlio Giovanni (oggi ottimo chitarrista) non ci stia e prenda carta penna e Facebook per biasimare l’ipocrisia di tutti, critici e giornalisti, che ai tempi della maglietta fina (era la sua) e del passerotto che non doveva andare via lo avevano demonizzato come un sentimentalista da strapazzo da contrapporre al cantautorato autorevole con l’eskimo di Guccini, De André e De Gregori. Una disputa non banale che racconta molto di come eravamo e di quello che in fondo siamo diventati adesso.  Abbiamo chiesto a Paola Massari il permesso di pubblicare su MEMO il suo (bellissimo) post. Buona lettura!

 di Paola Massari

Eh no, cari polverosi pennaioli, coevi ingloriosi dei gloriosi anni 70. Portabandiera dei detrattori, d’un colpo folgorati e redenti. Quelli per i quali la dignità del sentimento si riduceva a banale sentimentalismo. Quelli che, o si trombava nelle stanze fumose delle aule occupate, o si era mentecatti romantici. Quelli per cui interpretare la vita senza l’ausilio di uno slogan preso in prestito dalla eco della piazza, relegava la reputazione al marchio di una mosceria giuggiolona e disimpegnata.

Non se la caveranno così quei campioni dell’impegno politico confuso con la materia inclassificabile dell’arte che vi fece ridurre Baglioni ad un cazzone inadeguato al suo tempo e alla sua stessa intelligenza.

Non è con un’autoassoluzione improvvisata che si possono buttare in caciara anni di ostilità estesa a buona parte della stampa, che tradì e offese, osteggiandola, un’anima di raro spessore. Un prodigio che ancor oggi vi è ignoto e che nemmeno meritate di apprezzare, aggrappati per imbarazzo e convenienza ad una postuma, tardiva revisione.

Lasciatelo stare Baglioni, che quella censura la patì in silenzio, da grande uomo e grande artista, sufficientemente defilato e sicuro della sua cifra giacché, estraneo com’era al compiacimento, ben sapeva di aver semplicemente avuto in prestito il privilegio di un talento da tradurre in sostanza destinata ad un pubblico in ascolto. E ad esso consegnata.

Non è con questo tono pacificatore spolverato di paraculaggine che tutto si archivia in barba alla memoria. Fu puro bullismo ideologico. L’esercizio di un vizio atavico e asservito alla pochezza. Estraneo al pensiero libero.

Li ricordo tutti, uno per uno, i giornalisti che infierivano impietosi, mentre nel contempo esibivano uno spudorato pregiudizio favorevole riservato agli eletti sdoganati da un battesimo politico, quando affermavano serenamente e pubblicamente cose del tipo: “Del disco di De Gregori parlerò bene pur senza averlo ascoltato”, mentre quello di Baglioni veniva stroncato a scatola chiusa.

Quelli che perfino anni dopo, a conferma della sclerotizzazione di uno stereotipo iniquo, intervistando me in occasione dell’uscita del mio disco, pur verificando che anche i passerotti hanno un cervello pensante, mi dicevano: “mi hai stupito, non credevo fossi una persona così interessante, ma sappi che non parlerò bene di te, perché sei pur sempre la moglie di Baglioni.”

Date retta, restate lì, a gravitare nei vostri mercenari, stantii incastri, oggi che obbedienti alla pressione di un necessario adeguamento, vi confessate come semplicemente frenati, allora, da un pudore innocente, che era invece pura, mirata, compiaciuta denigrazione.

Non ci si sdogana con un mea culpa postumo pur di non restare fuori dal girotondo di un consenso unanime che vi condannerebbe al silenzio.

Ora che le cose si sono capovolte (sebbene non era necessario arrivare fin qui, se non per voi), non fate che reiterare la vostra opportunistica omologazione. Senza peraltro rinunciare a ricordarci che gli eletti erano e restano altri.

A voi cui non è mai piaciuto, e che ora fingete di aver occultato per pudore l’imbarazzo per quel malinteso mondo poetico, ignorato nelle velature di lucido realismo, nello sguardo secco, acuto e penetrante sulle rughe della vita, è più consona la coerenza di quella discriminazione.

Chi non capì Baglioni allora si accontenti di non capirlo oggi. Senza rimedi di comodo. La dimensione della creatività non conosce mode né tempo, salvo che per i ritardatari o i disonesti.

Lo stesso fraintendimento che oggi vi predispone all’allineamento.

Restate dunque a gravitare in quel pregiudizio anacronistico e nel danno causato all’arte prima che all’artista.

Risparmiategli la riabilitazione e occupatevi piuttosto della vostra.

Restate lì, nella nicchia compiaciuta delle menti eccelse, a crogiolarvi nella presunzione settaria ed ottusa che di esclusivo ha solo il suo stesso limite.

Del resto, se chi scrive, incontrandolo a sedici anni, ebbe la netta sensazione di aver sfiorato un brandello d’infinito, qualcosa di straordinario doveva pur averlo, Baglioni.

Il revisionismo è la costante metafora dell’opportunismo.

L’arte è altro. Del tempo non tiene il conto, ma governa sovrana la misura dell’eterno.