Bruce Chatwin
scrittore di immagini

©BruceChatwin

“Gli oggetti hanno la capacità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.” Il rapporto di Bruce Chatwin con gli oggetti era di grande fascinazione. Egli riconosceva loro un’importanza simbolica decisiva, di duplice natura: da un lato gli oggetti, in particolar modo la loro ricerca, diventavano causa di viaggio e di esplorazione, facendosi forza motrice di movimento, quindi assumevano caratteri positivi; dall’altro, una volta posseduti, costringevano chi li custodiva a rimanere fisso nello stesso luogo, concetto che per lo scrittore, per il quale viaggiare era la cosa più importante, aveva solo connotazioni negative. Di sicuro due oggetti si erano impiantati nell’anima di Chatwin più di qualsiasi altro, avendolo seguito ovunque: anzitutto, il suo taccuino, in cui appuntava i pensieri e le impressioni che, collegati da un filo logico, avrebbero dato vita alle sue opere letterarie; accanto ad esso, la sua Leica, la macchina fotografica che portava sempre con sé e che gli era indispensabile per ritrarre visivamente quei luoghi e quelle persone di cui scriveva.

In corrispondenza con il quarantesimo anniversario dell’uscita del suo primo libro, In Patagonia (1977), la figura di Bruce Chatwin (1940-1989) è protagonista della mostra Bruce Chatwin… il viaggio continua, visitabile presso la Torre del Castello dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra, in provincia della Spezia, fino al prossimo 8 ottobre. L’esposizione, organizzata dal Comune di Castelnuovo Magra in collaborazione con l’Associazione Culturale Chatwin, con il photo editor Maurizio Garofalo e con lo Studio Xlab architecture per l’allestimento, celebra lo scrittore e viaggiatore inglese esplorando un aspetto della sua vita forse meno conosciuto, ovvero la sua attività di fotografo.

Chatwin utilizzava la fotografia come strumento narrativo, al pari della scrittura. Forte della sua passione per l’arte impressionista, ereditò l’interesse per i soggetti apparentemente ordinari e insignificanti, l’accurata rappresentazione della luce, l’importanza del movimento come elemento di percezione ed esperienza, e angoli visivi inusuali. Nelle sue fotografie, architetture semplici danno vita a piani e geometrie perfette, e piccoli dettagli del paesaggio, dei decori e dei vestiti, che agli occhi di molti sarebbero passati del tutto inosservati, filtrati attraverso il suo sguardo nitido e preciso, diventano il centro dell’immagine.

Si può dire che Chatwin usasse la macchina fotografica alla stessa maniera del taccuino per gli appunti. Estraeva la sua Leica dallo zaino, vi imprimeva un’immagine, e poi la ricacciava dentro. A testimonianza di quanto per lui fosse indispensabile conservare il ricordo visivo dei suoi viaggi, la moglie Elizabeth racconta che spesso Bruce le chiedeva di raggiungerlo in qualche luogo sperduto in giro per il mondo per portargli i rullini di cui era rimasto sprovvisto.

La mostra di Castelnuovo, che si articola sui sette livelli della Torre, ospita fotografie a colori e in bianco e nero messe a disposizione da Elizabeth Chatwin dal gigantesco archivio di oltre 3000 pezzi conservati presso la University of Oxford, fra cui gli scatti inediti realizzati dall’artista nello Yunnan (sud ovest della Cina), durante il viaggio intrapreso con la moglie.

Il cammino per immagini porta in vari luoghi del mondo, dall’Africa occidentale e il Brasile che visitò per scrivere il romanzo storico Il Vicerè di Ouidah (1980), sulla tratta degli schiavi (da cui fu tratto nel 1987 il film di Werner Herzog Cobra verde, con Klaus Kinski nel ruolo principale), all’Australia, in cui si recò per Le vie dei canti (1987), diario di viaggio e assieme studio antropologico sui popoli aborigeni, concludendosi con le sue foto più celebri, scattate in Patagonia nel suo soggiorno di sei mesi, il cui risultato fu il libro di culto uscito nel 1977. In questa occasione, è interessante notare l’approccio documentaristico dello scrittore, che associò alle immagini delle annotazioni precise, come se avesse voluto costruire un reportage.

Oltre alle fotografie, sarà esposto l’inseparabile zaino che Chatwin si fece costruire artigianalmente da un sellaio inglese partendo da un suo disegno. Martedì 5 settembre, alle ore 17.30, si terrà l’evento clou della mostra, ovvero un incontro con Elizabeth Chatwin, che racconterà in prima persona i viaggi e le passioni del marito.

Non sappiamo se Chatwin avrebbe apprezzato una simile celebrazione di oggetti a lui appartenuti, o se l’avrebbe considerata una fonte di schiavitù come la collezione di statuine di porcellana ossessivamente custodita da Utz, il protagonista di uno dei suoi ultimi romanzi. Sappiamo solo che poter rivivere attraverso le immagini l’esperienza di viaggio dello scrittore, condividendone per una volta la profondità dello sguardo, non può che essere un privilegio per il visitatore.