Da Brindisi a Taranto
dove le storie
sussurrano al mare

Taranto, bar città vecchia, ©PioTarantini 2017

Da Brindisi a Taranto. Il viaggio è il mezzo che abbiamo per conoscere le storie e le storie, si sa, esistono solo se le sai raccontare. Visto che per mestiere e vocazione racconto storie, mi chiama da Lecce Ettore Bambi di Proago, amico di tante e bellissime esperienze culturali. Chiede a me e a MEMO Grandi Magazzini Culturali di partecipare a Borghi. Viaggio italiano, un Educational tour dedicato ai percorsi di slow travel nei borghi marinari della Puglia promosso dalla Regione Puglia, Assessorato al Turismo.

Parto con Pio Tarantini che con la macchina fotografica racconta storie che con le parole non riesci nemmeno ad immaginare. La foto che vedete su questa pagina di MEMO è la sua e riesce a trasmettere l’emozione nascosta di una scoperta inaspettata. Ci accompagna Francesco Pacella che organizza, racconta, spiega, presenta e definisce. La sua presenza già da sola è sinonimo di valorizzazione. Le parole scambiate con Francesco, compare Ciccio, hanno aggiunto valore e conoscenza all’esperienza.

Le nostre mete sono Brindisi e Taranto. Ce le presentano così. “Di Terra e di Mare sull’onda della leggenda tra la testa di cervo e la pioggia a ciel sereno. Una gita all’insegna dell’amicizia e dell’accoglienza per pescatori tra pescatori, tra sirene e delfini di ieri e di oggi…tra greci e romani…tra pellegrini e combattenti…al crocevia tra Oriente e Occidente”.

Il viaggio, questo nostro viaggio, è una promessa che attraverso il racconto del presente esalta le tradizioni del passato e fa intravedere ipotesi di un futuro economico, sociale e produttivo che sta cercando ancora la sua strada definitiva. Il nostro compito è quello di raccontare alcune tracce di due città, due porti, due mari, due culture, due paesaggi e della strada che le unisce. Un viaggio che mi ha fatto conoscere volti di persone e paesaggi che non dimenticherò. Immagini felici di una tartaruga ferita che sta guarendo, del pescatore, poeta e timoniere Franco Romanelli di Brindisi, del linguaggio teatrale, impegnato ed emozionante di Giovanni Guarino che è stata a nostra guida nella città vecchia di Taranto. E ancora Galiano Lombardi e Giancarlo Cafiero che ci hanno fatto accomodare nella meravigliosa e polverosa stanza di un indefinibile negozio, “La valigia delle Indie”, dove puoi trovare di tutto a patto di non cercare nulla.

Era la porta verso l’Oriente Brindisi. Il porto da cui partire per andare in altri mondi.

Fotografie. Ricordi. Improvvisamente mi chiedono se voglio remare. Rispondo di no. Per fortuna era uno scherzo. Però sulla barca, o per meglio dire sulla lancia dei vogatori dell’associazione Remuri, ci salgo. Non sono proprio un esperto e barcollo vistosamente. Le ragazze e i ragazzi con i remi in alto in attesa di iniziare a vogare sorridono. Hanno tutti una vita piena di impegni ma non rinunciano alla bellissima fatica di  remare il mare di Brindisi. Perché la fatica, credetemi, è tanta. Franco Romanelli con i suoi capelli bianchi siede al timone e mi dice di stare tranquillo. I suoi ordini sono semplici, autorevoli, precisi. Non si discute quando si guida una barca. Ci segue da vicino una piccola imbarcazione dalla storia antica dove in piedi a remare c’è un solo vogatore. Si chiama “schifarieddo“, un grande sogno galleggiante che arriva da un tempo lontano.

E’ anche un poeta Franco. La sua è una poesia di fatti veri. Di vecchie storie da tramandare. Capisci molto dell’identità di una città se parli con uno dei suoi poeti e se la guardi dal mare, come canta Ivano Fossati che il mare davanti alle città lo conosce bene. Bastano poche vogate per raggiungere la darsena dell’antico Castello Alfonsino, costruito sull’isola di Sant’Andrea proprio all’imbocco del porto, una sublime ed orgogliosa costruzione a cui manca solo un po’ di cura per diventare il sipario di un teatro che ama costruire momenti indimenticabili.

Torniamo con i piedi per terra. Di fronte alla Scalinata Virgilio ci aspetta Daniele Spedicati che ci fa da guida. Ma Daniele non è solo una guida. Lui ha studiato la cultura della sua città. La ama. L’ha trasformata nel suo lavoro. E ci mette passione. Passeggiamo, ascoltiamo e guardiamo. Non servono iperboli da guida turistica. Lui descrive la città così com’è.  Perché così com’è è già bellissima.

Eccole le tante storie. Quelle della colonna con cui finisce la via Appia e dell’altra colonna che adesso non c’è più e quelle dei reperti del Museo Provinciale e della Fondazione Faldetta. Poi scopriamo i resti della città romana che si possono vedere sotto il nuovo Teatro Verdi e il confronto tra le due epoche provoca smarrimento. Passeggiamo il lungomare restituito alla città e cerchiamo di capire se l’imponente Monumento al Marinaio che si vede dall’altra parte del porto ci piace oppure no. Poi entriamo nel piccolo tesoro del Tempietto di San Giovanni al Sepolcro dove la mia sete di storie mi porta a scoprire il piccolo giardino che sta proprio lì dietro. Un bel giardino, tenuto bene e con cura dal Comune e che di storie ne nasconde due. La prima riguarda il tenente Sheridan della televisione quando la televisione era in bianco e nero. L’attore romano Ubaldo Lay viveva da queste parti a Mesagne dove aveva sposato Olga Bogaro. Mentre passeggiava in città scoprì il giardino che era incolto e abbandonato e lo comprò come omaggio alla donna di cui era innamorato. C’è chi regala un mazzo di fiori, lui preferì regalare un giardino intero. La seconda storia prende il nome di Matteo Farina, un ragazzo di questa città andato via dalla vita troppo presto e di cui è in corso il processo di beatificazione.  Una bella storia la sua, fatta di dolore e felicità, di fede e speranza. Una storia che merita di essere cercata, se volete. Intanto io mi siedo un po’ qua, seduto all’ombra in questo piccolo e ordinato giardino nascosto nel centro di Brindisi.

Andiamo a Taranto. Passiamo il ponte ed entriamo nella Città Vecchia. Ci aspetta Giovanni Guarino. E qua mi fermo, un attimo. Chi fa il mio lavoro lo fa anche per vivere incontri come questo. Ed è un privilegio, credetemi, conoscere una persona che ti fa entrare nel suo mondo e facendolo cambia un po’ anche il tuo. Giovanni inizia a raccontare la sua città vecchia e ci mette visione, linguaggio, militanza, passione, rabbia, dolcezza, inquietudine, speranza. Senza di lui non riusciresti mai a capire dove sei. Questa piccola isola, costruita su se stessa, che racchiude scrigni inesplorati di storie passate che il degrado nasconde alla bellezza, ti accoglie con un sorriso appena accennato. La gente di mare la conosco. Vengo anch’io dal mare. Taranto assomiglia tanto alla mia città. Noi che abbiamo il mare davanti siamocosì, riservati e gentili. misteriosi e accoglienti, diffidenti e generosi.

Con Giovanni tutto prende luce e significato, vedi quello che è sepolto, capisci tutto quello che è nascosto, immagini quello che non c’è più. Lui parla e lo fa camminando. Non si ferma mai. Intorno a noi, i due mari di Taranto e l’ombra dell’Arsenale Militare più grande d’Italia e l’ombra ancora più cupa ed imponente della grande fabbrica, la vecchia Italsider prima, l’ILVA di oggi. Mi sono segnato alcune sue parole. Guardiamo la bellezza nascosta: “Il mio sogno è che la gente diventi custode del luogo dove vive”. Guardiamo il degrado che ci circonda: “Dalla povertà che era rifiuto del di più siamo passati alla miseria che è la mancanza del necessario”. Guardiamo verso il grande stabilimento: “Non ho paura dell’Ilva, quello che mi doveva e ci doveva fare ormai l’ha fatto. Ho paura di come l’Ilva ha inquinato la testa di chi abita in questa città. La Fabbrica è stato un sogno trasformato in incubo. Ci ha ubriacato con una promessa di benessere. Non eravamo più noi ad andare al nord a cercare lavoro ma venivano dal nord a lavorare qua. Adesso ho paura del futuro perché bisogna andare oltre e per farlo dobbiamo tornare ad essere una comunità di persone”. Poi scendiamo dentro un ipogeo, un misterioso cunicolo che dalla terra più profonda ci porta verso una porta affacciata sul mare: “La città vecchia è un caos dinamico il cui pentagramma è il mare”. Già, il mare che qui non lo vedi ma lo intravedi. Il mare accarezza la città vecchia di Taranto. Lo fa da sempre.  Ci fermiamo solo un’oretta per mangiare le cozze e e bere la birra Raffo.

Di Giovanni Guarino non vi ho ancora detto la cosa più importante. Lui racconta al mondo la sua città e lo fa con il teatro. Secondo una definizione del celebre critico e teorico Silvio D’Amico, il teatro è “la comunione di un pubblico con uno spettacolo vivente”. Perché allora non sfruttare la pulsione vitale che il teatro in sé contiene per una valorizzazione culturale dei territori, in cui le persone che li abitano siano in comunione, fungendo allo stesso tempo da pubblico e da spettacolo vivente? Acronimo di Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale, il CREST nacque nel 1977 ad opera di Gianni Sollazzo e Mauro Maggioni, con l’obiettivo di fare teatro in un contesto urbano difficile sia sul piano culturale che su quello sociale, coniugando la ricerca di nuove forme espressive di teatro contemporaneo con il recupero delle tradizioni locali. Non possedendo inizialmente una sede, Il Collettivo svolse per almeno un trentennio le sue attività in spazi rimediati, ovunque si potesse allestire qualcosa di simile a un palcoscenico, con l’idea che non fossero i mezzi materiali a disposizione, ma la vivacità di pensiero e la volontà di vedere il bello in mezzo al degrado, o di crearlo se non ce ne fosse stato, a fare la differenza.

Fin dalla sua fondazione, il CREST ha scelto di lavorare soprattutto con bambini, ragazzi e giovani, con l’intento di creare un incubatore culturale e professionale per le nuove generazioni, ottenendo nel 1992 l’inserimento nell’elenco ministeriale delle “compagnie che svolgono ad alto e qualificato livello attività nel campo del teatro per l’infanzia e la gioventù”. A partire dal 2009, finalmente dispone di una sede fissa, il TaTÀ (acronimo di Taranto Auditorium Tamburi), un teatro che, oltre a produrre spettacoli e offrire ospitalità alle altre compagnie, organizza progetti di formazione, incontri, laboratori e percorsi di ricerca. Giovanni Guarino è responsabile del settore progettazione e animazione del territorio. Da ormai più di trent’anni si dedica alla narrazione teatrale. Le sue storie sono la voce della città vecchia. “Raccontiamo storie per teatralizzare i luoghi, per renderli di nuovo vivi, valorizzando le pietre e ogni storia che esse portano. Ora lo chiamano storytelling, noi lo facciamo da più di vent’anni”.  Noi lo ascoltiamo e ci lasciamo trasportare con la mente verso ricordi mai vissuti. Ricordi che comunque ci appartengono.

Il mare lo guardiamo a Torre Guaceto. E lì rimango incantato dal Centro Recupero per le Tartarughe Marine, l’ospedale biologico veterinario che cura le tartarughe spiaggiate. Sono i dinosauri dei giorni nostri, le sentinelle del mare che nessuna malattia poteva sconfiggere, gli animali che hanno attraversato indenni millenni di storia e che adesso rischiano l’estinzione a causa dei sacchetti di plastica che buttiamo in mare. Salvarle dalla nostra pazzia che rischia di farle morire soffocate è un atto dovuto. Il Centro, situato a Punta Penna Grossa, è dedicato a Luigi Cantoro, storico attivista brindisino del WWF. Amore e salvaguardia del proprio territorio, nasce da qui la volontà di costituire il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto. Gli obiettivi primari sono quelli di conservare le caratteristiche ecologiche e naturalistico-ambientali di tutta l’area della riserva marina, la tutela degli ecosistemi e anche la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività tradizionali. E ci riescono. Questo grande progetto prende forma grazie ai Comuni di Brindisi e Carovigno e dall’ Associazione Italiana per il WWF for Nature Onlus, nel dicembre del 2000, con la finalità di gestire al meglio l’area protetta, marina e terrestre, una riserva naturale con un’estensione di circa 1.200 ettari. L’oasi è dominata da una torre costiera d’avvistamento risalente al 1531, oggi sede del Centro di Educazione Ambientale del WWF. La parte a nord ospita un paesaggio dal carattere mediterraneo con dune, paludi e un’area caratterizzata da grandi oliveti secolari simbolo della tradizione agricola della Puglia. Andando verso il mare, invece, la zona è caratterizzata dalla tipica Macchia mediterranea con dune sabbiose, paludi con anfibi e uccelli migratori, spiagge dorate, mare trasparente e fondali di poseidonia.

Incontro i pescatori. Uno dei progetti ideati e promossi dal Consorzio riguarda la salvaguardia della pesca, chiamato non a caso “Da pescatori a guardiani del mare”. E’ stato deciso di consentire l’attività di pesca esclusivamente una sola volta a settimana e con reti a tramaglio largo tali da preservare la cattura di pesci estremamente giovani che devono ancora riprodursi. Questo permette una pesca esclusivamente di esemplari di età pari o superiore ai 5 anni e di taglia notevole. Nei restanti giorni, i pescatori impiegano il tempo sottratto alla pesca nel monitoraggio della fauna marina dedicando particolare attenzione ai delfini, alle tartarughe e al pesce serra in totale sinergia con il consorzio. Sono felici del lavoro che fanno e preoccupati per il futuro del loro mestiere. Nessuno vuole fare più il pescatore, nemmeno i nostri figli. I mare è fatica. E mentre lo dicono guardo le loro mani, così diverse dalle mie.

Prima di andare via i ragazzi del Consorzio mi raccontano che la riserva si può visitare anche di notte. Serve una valigia che contiene tutto il necessario per una passeggiata tra scienza e poesia, dal giorno alla notte alla ricerca dei fili invisibili che legano prati sottomarini e alberi secolari.

Ecco la valigia dei fili invisibili. Fili che ho tirato anch’io durate questo viaggio alla scoperta di due città che non conoscevo

E che ho provato a raccontare.

(hanno collaborato Nadia Grazzini e Davide Vivaldi)