André Kertész:
un outsider della fotografia

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Questa è la storia di un giovane uomo, nato a Budapest nel 1894, costretto a fuggire dalla dittatura antisemita ungherese. Arriva a Parigi e lì si ferma. E’ il 1925. Sono anni che porta con sé la macchina fotografica, suo regalo di laurea. Ce l’aveva anche durante la prima Guerra Mondiale, dove si arruola volontario. Ritrae la vita del fronte, di trincea e le lunghe marce. La macchina in questione è una piccola Gorz Tanaz con obiettivo fotografico da 75mm.

Quell’uomo è André Kertész.“Sono un fotografo ordinario ed egoista, faccio quello che sento di fare, tutto qui”. Mai fa parte di un movimento artistico, pur gravitando tra i tanti della sua epoca e mutuandone tratti qua e là. Ama girare per le strade e immortalare tutto ciò che vede e lo attira. Adora sperimentare; nelle sue foto spazia tra ritratti, paesaggi, astrazioni.

Nel 1927, nemmeno due anni dopo il suo arrivo, tiene la sua prima esposizione parigina.

A Parigi, intanto, arrivano sempre più esponenti delle avanguardie artistiche, come Robert Capa, Germaine Krull, Berenice Abbott. Il teorico del Dadaismo Paul Dermée si premura di scrivere in poesia l’introduzione al suo catalogo.

Tra le righe, si legge:

nessun arrangiamento, nessun trucco, nessun inganno e nessuna manipolazione,

la tua tecnica è onesta, incorruttibile come la visione,

nel nostro ospizio di ciechi,

Kertész è il fratello che vede per noi”

Nel 1928, insieme a Cartier-Bresson, inizia a lavorare per la rivista Life.

Vi dura poco. I redattori vogliono un’ampia scelta a servizio, lui invece porta sempre poche foto, solo quelle che riteneva significative. Per loro, però, quelle lo sono anche troppo e glielo dicono espressamente. Cartier-Bresson, intanto, è uno dei pochi suoi contemporanei ad ammettere:“Qualsiasi cosa noi facciamo, Kertész l’ha fatto prima”.

Dopo l’esperienza fallimentare di Life, si trasferisce comunque in America, nel ‘36, con la moglie (nel ‘44 riceve la cittadinanza orinaria) e lavora per l’importante Agenzia Keystone, collaborando anche con altre riviste, come Harper’s Bazaar, Vogue, The American House, Coller’s, Look. Per lavorare, è costretto a modificato il suo stile, rendendolo di malavoglia più didascalico.

Soffre continuamente per il mancato successo, finché nel 1964 il visionario curatore John Szarkowski riabilita il suo lavoro e gli dedica una mostra retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMa) di New York .

Fino alla morte, avvenuta nel 1985 a New York, continua a esporre, a ricevere il plauso mondiale per il suo lavoro, a fotografare e pubblicare libri.

Fino al 17 giugno, una mostra al Palazzo Ducale di Genova, curata da Denis Curti e organizzata dal Jeu de Paume di Parigi, in collaborazione con la Mediathèque de l’Architecture et du Patrimoine, Ministère de la Culture et de la Communication – France, con diChroma photography e con la partecipazione di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, racconta la sua vita, la sua opera e insieme il periodo tra fine Ottocento e inizio Novecento, cruciale per la nascita delle Avanguardie, per la fotografia e il cinema. Al suo interno più di 180 foto raccontano il percorso dell’artista, diviso in sezioni, e la sua visione. Visione che si può riassumere interamente in questa sua dichiarazione, più un manifesto gozzanianamente rivoluzionario ed elogio de “le buone di cose di pessimo gusto” della vita quotidiana: “Sono un dilettante e intendo rimanerlo per tutta la vita. Attribuisco alla fotografia il compito di registrare la vera natura delle cose, il loro interno, la loro vita. L’arte del fotografo è una scoperta continua che richiede pazienza e tempo. Una fotografia trae la sua bellezza dalla verità con cui è contrassegnata. Proprio per questo rifiuto tutti i trucchi del mestiere e il virtuosismo professionale che potrebbe farmi tradire la mia carriera. Non appena trovo un argomento che mi interessa, lo lascio alla lente per registrarlo sinceramente. Guarda i giornalisti e il fotografo dilettante! Entrambi hanno un solo obiettivo; per registrare una memoria o un documento. E questa è pura fotografia.” [“Views on Nudes” di Bill Jay, Focal Press Ltd, Londra e New York 1971 p. 123].

La mostra inizia con le foto del primo periodo, quando ancora Kertész viveva in Ungheria, e ritraggono per lo più i paesaggi rurali della sua giovinezza, semplici e puri. La seconda sezione racconta le foto del periodo parigino, a cavallo tra le due guerre, dove l’artista entra in contatto con artisti e intellettuali di primo piano: i connazionali Lazló Moholy-Nagy e Brassaï, i pittori Piet Mondrian, Marc Chagall e Fernand Léger. Qui il suo stile diventa ancora più realistico, pur restando poetico, e fa sue le famose inquadrature geometriche, create da contrasti di luci e ombre. Da qui si passa al periodo americano, di sicuro il più difficile e contrastato di tutta la sua vita. Un velo di malinconia si impadronisce anche delle sue foto. La penultima sezione espone le opere tra gli anni ‘60, quando ormai è riconosciuta la sua importanza rivoluzionaria, e gli ultimi anni della sua carriera, costellati da successi internazionali. I suoi lavori vengono finalmente esposti in tutto il mondo, anche se la morte della moglie nel ‘77 rappresenta per lui un vuoto incolmabile. L’ultima parte svela al pubblico italiano una serie di foto inedite a colori. La sua curiosità e la voglia di sperimentare lo portano tra toni molto caldi o molto freddi, le inquadrature tradiscono fino alla fine la sua grandissima esperienza.

Sottoporticato Palazzo Ducale piazza Matteotti, 9 16123 Genova Orari: da martedì a domenica 11-19 chiuso il lunedì

Sottoporticato
  Palazzo Ducale
  piazza Matteotti, 9
  16123 Genova
  Orari:
  da martedì a domenica 11-19
  chiuso il lunedì